L’Arminuta e il Campiello; incontro con Donatella Di Pietrantonio

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L’Arminuta e il Campiello; Incontro con Donatella Di Pietrantonio.

 

Dopo la nostra recensione di Marzo, fra le più visualizzate del blog, torniamo a parlare de L’Arminuta, Premio Campiello 2017, in occasione di un atteso incontro con l’autrice Donatella Di Pietrantonio, presso la libreria Ubik di Como. L’autrice era già attesa in Settembre, ma la vittoria del prestigioso premio ha scompaginato, comprensibilmente, tutti i programmi; alla fine però, l’attesa è stata ampiamente ripagata perché la Di Pietrantonio si è dimostrata persona disponibile, simpatica e umile, oltre che aperta ad una condivisione generosa del proprio vissuto, senza ritrosie di sorta anche quando si andavano a toccare nervi scoperti e sensibili sull’infanzia e sulla sua terra. I molti presenti non hanno lesinato domande e richieste di approfondimenti, non solo riguardanti il libro, già di per sé così corposo di contenuti, ma anche in merito all’autrice e alla sua vita, al suo Abruzzo che col romanzo ha davvero molto a che fare.

L’identità e la sua costruzione, il tema principe della storia.

La costruzione di un’identità personale appare subito il tema fondante di questa storia; l’ingrediente fondamentale per riuscire in quest’impresa è però l’appartenenza, quello che L’Arminuta non ha, il sentirsi parte di una terra, di una famiglia, di un’affettività che per lei è sempre stata soltanto in prestito. L’autrice ci racconta che nel suo territorio si chiede sempre “di chi sei figlio”, perché non puoi dire chi sei se non sai di chi sei. La giovane protagonista è orfana, in un certo senso, di due madri ancora in vita, per loro scelta, e questa consapevolezza rende l’identità ancora più chimerica, insinua il senso di colpa in chi crede di non essere voluto perché immeritevole, non una ma due volte, quasi che il doppio abbandono abbia valenza rafforzativa, perché non ci siano dubbi sulla responsabilità dell’abbandonata. Trovandosi sballottata tra due mondi completamente diversi, la ragazza si vede costretta, per sopravvivere, a fare una sintesi di queste differenti realtà, e questo, forse, per quanto arduo, può essere un’esperienza inestimabile, può portare alla costruzione di un’identità più autentica, non condizionata dall’ambiente sociale e dai rapporti affettivi bensì frutto di una scelta, che solo chi si trova a vivere la sofferenza dello smarrirsi, può davvero compiere. Un arricchimento nel dolore dunque, per quanto il recupero dall’abbandono possa essere solo parziale, in quanto l’amore mancato nei primi anni di vita rimane uno spazio vuoto, una ferita feritoia, come la chiama Donatella, perché guarda anche fuori, al di là del dolore interiore, verso il mondo e la speranza che riserva.

Cos’è una madre?

Donatella Di Pietrantonio, di fronte al comportamento di queste madri apparentemente anaffettive e irresponsabili, pur non scusandole ne allevia in parte le colpe mettendoci a parte di una sua profonda convinzione, ossia che le madri, pur diverse l’una dall’altra, per istruzione, animo e ambiente sociale, sono tutte gravate da una responsabilità davvero eccessiva, un peso che appare quasi il frutto di un errore di valutazione di chi o cosa quella responsabilità l’ha immaginata e voluta. Chi o cosa perché Donatella, come lei stessa ammette, non è credente. Donatella è solare, lo vedono tutti i presenti, è vera e senza filtri, come la gente della sua terra che, nel suo romanzo, svela sotto strati di durezza un’affettività timida e arcaica ma intatta, legata alla sostanza e completamente priva delle sovrastrutture a cui la società attuale abitua. Anche il linguaggio, il dialetto Abruzzese, è un veicolo essenziale e scarno, perfetto per comunicare senza fronzoli la realtà aspra e tangibile di questa storia, ossia che L’Arminuta è un pacco, e come tale viene trattato e spostato. Donatella risponde pacatamente quando le si chiede come può una madre abbandonare un figlio: lei non giudica, sembra più interessata a comprendere i limiti e le mancanze derivanti da motivazioni sociali ed economiche, ma anche umane e affettive. Se una madre riesce a staccarsi dal figlio appena nato, quando è bellissimo e bisognoso, fatto quasi per attirare l’amore e le cure, significa che quello che ha dentro, questa donna, è troppo grande e insostenibile, è una mancanza o un bisogno che travalicano ogni affetto e legame della carne. L’autrice, per spiegare come anche una madre adottiva possa abbandonare, tende a dare più peso all’inconsistenza delle motivazioni che hanno portato alla gravidanza o all’adozione, piuttosto che all’atroce risoluzione del distacco successivo. Spesso è nell’origine che si indovinano i semi del crimine futuro.

L’Abruzzo, personaggio saliente.

La madre dell’Arminuta non è anaffettiva, ma imprevedibile, quando la tragedia le strappa il figlio Vincenzo, la disperazione la devasta; oscilla tra un avvicinarsi affettuoso alla figlia e una distanza ruvida che destabilizzano la giovane, bisognosa più che mai di conferme. Non manca l’affettività, dunque, ma se pur esistente è una versione ineducata. Anche la figura maschile, in realtà, non è così negativa in questa storia, la Di Pietrantonio scagiona la voglia e la forza di cambiamento che animano la figura pur tragica di Vincenzo, ma anche il padre biologico della protagonista, che sfoggia una facciata aspra e inizialmente brutale, dimostra poi attenzioni e un affetto che, se pur grossolani, appaiono indubbiamente sinceri: ricordiamo la decisione pur difficile di far studiare la figlia, e come si dimostra protettivo quando la porta in città per consentirle di frequentare la scuola. Pane al pane, vino al vino, i personaggi rispecchiano in tutto e per tutto la loro terra; l’Abruzzo è infatti un personaggio a tutti gli effetti, sempre presente, aspro e roccioso come i suoi silenziosi abitanti, (per l’autrice l’Abruzzo vero è quello dell’entroterra, non quello della costa e del mare, più estraneo e minaccioso) ma anche morbido e bellissimo, sincero, come quegli uomini e quelle donne che pur protetti da una ruvida fierezza, non hanno perso l’autenticità dei sentimenti più veri ed essenziali.

L’autrice e il suo vissuto, fondamenta vive della storia.

Quando ci domandiamo come Donatella abbia pensato ad una storia così, lei risponde che i punti di contatto col suo vissuto sono innegabili: la vita isolata fino ai nove anni, in un paesino arcaico, quasi preistorico, a trenta chilometri dalla città più vicina, dalla civiltà… Sorridiamo, ma in realtà ci fa un poco impressione pensare a questo vecchio mondo che sopravvive lontano dal mondo parallelo, quello di tutti gli altri, che invece va avanti e si evolve, e solo la costruzione di una strada spezza l’isolamento, gettando un ponte grazie al quale poi Donatella, e tutti gli altri, da quell’isolamento se ne andranno. E poi i figli dati via, cosa frequente in quelle terre, a quei tempi, punto di partenza per esplorare l’idea che la intrigava, ovvero il dramma ancora più profondo e straordinario della restituzione. E ancora, la madre dell’autrice, quella vera, chiusa e distante, un affetto ruvido, non dimostrato, che ci porta alla fine di questo meraviglioso libro, al senso che lo ha fatto nascere, ovvero la costruzione di un’identità vera e piena che non può prescindere da un legame affettivo profondo e dimostrato, generoso e condiviso, come quello che L’Arminuta scoprirà e sceglierà di costruire con la piccola adulta, la sorella Adriana. Prima di chiudere l’incontro, l’autrice risponde alla domanda insistente circa la stesura di un possibile seguito del romanzo vincitore del Campiello 2017. Lei non è completamente sicura, ma sente che il finale aperto, che ha pensato per L’Arminuta, ha concesso ai suoi lettori di immaginare un dopo, in base alle loro aspettative e ai loro desideri, si sono già creati, insomma, una realtà virtuale che per loro ormai è verità; non sarebbe dunque giusto, né rispettoso nei loro confronti, scriverne una diversa… Ringraziamo tanto Donatella Di Pietrantonio, e confessiamo di pensarla esattamente come lei.

Luca

 

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