Nascere o non nascere? Nel guscio

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Nascere o Non Nascere? – Nel Guscio – di Ian McEwan.

Nel Guscio, di Ian McEwan, è un esperimento geniale per qualcuno e fonte di perplessità per altri, una scommessa insomma, ma se lo si legge fino in fondo si comprende che anche questa volta è una scommessa vinta. Chi ha già conosciuto il lavoro di McEwan sa che il suo nome è sinonimo di bravura, stile impeccabile, saggezza, cultura e intelletto, ci si è abituati a considerarlo uno scrittore contemporaneo tanto elegante da somigliare ai classici; dunque non stupisce la sorpresa di molti nello scoprire una sinossi ardita, oserei quasi dire sperimentale, in cui un nascituro, seppur ancora stretto tra le pareti claustrofobiche del suo guscio materno, ricopre nientemeno che il ruolo privilegiato di voce narrante. Solo chi padroneggia la materia letteraria, come McEwan, può permettersi di sperimentare sulla parola scritta, senza scadere nel ridicolo e in esiti forzati:

“Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare.”

L’idilliaca aspettativa della nascita corrotta dal complotto.

Il nostro eroe a testa in giù, dunque, sta per nascere dalla bellissima Trudy, in un antico edificio georgiano su Hamilton Terrace, di inestimabile valore nonostante il suo polveroso stato di abbandono e sporcizia. Ma cosa preoccupa questo inconsueto narratore, tanto da incrinare l’euforia che l’attesa di grandi eventi sempre suscita in ognuno, ancora di più in chi delle meraviglie dell’esistenza non ha ancora goduto quasi per nulla, se si eccettua lo stordimento dei bicchieri di quello buono che la madre, poco incline ad un’eccessiva preoccupazione genitoriale, è avvezza spesso a concedersi? E’ una vera ingiustizia effettivamente, non essere ancora nati e già doversi crogiolare nella nostalgia per quella che la creaturina declama come la sua “giovinezza”, quando cioè era libera di fluttuare nel suo sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei suoi pensieri, con la sola aspettativa di un luminoso futuro ancora là da venire, a fargli compagnia… Perché ha perduto tutto questo? Cosa gli ha comunicato la sicura membrana protettiva, vibrando insieme alle voci dei cospiratori più inattesi? Quale preoccupazione gli ha tolto quell’idilliaco stato di natura senza pensieri a cui ogni nuova creatura meriterebbe di ambire il più a lungo possibile? Forse l’omicidio?

La condizione del feto moderno: niente da fare se non crescere, laddove crescere non rientra nemmeno negli atti consapevoli. La gioia del puro esistere, il tedio di giorni indistinguibili. Il godimento protratto è noia del tipo esistenziale. Qua dentro mi spettano il lusso e il privilegio della solitudine. Questo il mio patrimonio, finché mia madre non ha voluto morto mio padre. Ora mi muovo dentro una storia e mi agito al pensiero dei suoi possibili esiti. Dove sono finiti la noia e il godimento?

Madre amata e madre odiata.

Ebbene sì, quello che dal suo guscio sente addosso alla madre, nelle notti infuocate di sesso senza amore, non è il corpo enorme di John Cairncross, poeta romantico ed editore squattrinato, suo padre insomma, ma quello frettoloso e avido del già ricco fratello Claude; questo è l’oltraggio dunque, questa la macchinazione, il complotto ordito dalla madre amata e odiata al tempo stesso, e dallo stupido e volgare zio: uccidere il poeta e i suoi versi per far cantare il tintinnio delle monete che i due traditori erediteranno dalla vendita del fatiscente quanto costosissimo edificio georgiano. Ed ecco dunque srotolarsi l’inconsueta trama di una moderna tragedia shakespeariana, dove l’amletico non-nato ascolta e avverte le macchinazioni di chi pregusta già il suo abbandono ancor prima di averlo messo al mondo; informato costantemente dai programmi radiofonici di approfondimento culturale che la madre predilige, la voce narrante del nascituro si fa voce del mondo, e attraverso le sue domande e le sue elucubrazioni filosofiche tocca i temi più disparati, sulla vita e sulla morte, sulla giustizia e la colpa, sull’amore e la riconoscenza che dovrebbe muovere qualunque persona che l’ha ricevuto. Emerge un affresco inatteso del mondo contemporaneo, in una dotta disamina della cultura a noi più vicina e di quella meno nota del Medio Oriente; ma anche un impietoso ritratto del panorama desolato che abita le persone, fatto di bugie, egoismo e brama, un quadro a tinte fosche in cui è il meritevole, l’illuso, il retto e il romantico a soccombere, se non altro in questo mondo meschino che il nostro minuscolo, suo malgrado, prematuro eroe, sarà tentato di rifiutare ancor prima di avervi esordito col canonico pianto di disapprovazione… Ma come rifiutarlo, se non con il primo, spettacolare, inverosimile quanto affascinante, tentativo di suicidio prenatale?

Lo sguardo dell’innocenza sulla corruzione del mondo.

Fatta eccezione per la veniale incongruenza che vede il piccolo protagonista immaginare o dedurre situazioni o realtà sconosciute da discorsi uditi dalla voce materna o radiofonica dei programmi culturali, salvo poi sviscerare conoscenze pratiche e filosofiche derivanti da un’esperienza di vita di cui ancora non si è giovato, l’idea del nascituro come voce narrante si può considerare un pretesto, non forzato, per gettare uno sguardo sulla bellezza del mondo degli uomini e sulle sue nefandezze, dalla posizione privilegiata dell’ innocenza assoluta ed imparziale di chi ancora a quel mondo non ha preso parte. Nel Guscio, quindi, è un romanzo originale e intelligente che accanto all’invenzione stilistica offre al lettore un ritmo senza pause che avvince come un noir, e sorprende regalando anche sorrisi come solo le migliori commedie nere sanno fare; il tutto è saldamente sostenuto dalla meravigliosa prosa dell’autore, ricca, colta, ironica, insomma in una parola, brillante. Il nuovo lavoro di McEwan si legge tutto d’un fiato e non è difficile immaginarne una felice trasposizione teatrale.

Luca

 

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paginerecensioni-nascere-o-non-nascere-nel-guscio-copertinaNel guscio
Ian McEwan
Editore: Einaudi
pagine 173|rilegato
€18,00
ISBN9788806232740

 

 

La trama.

La gravidanza di Trudy sta per finire, ma ad attendere il piccolo, nella grande casa di famiglia non c’è suo padre, John Cairncross, poeta povero, innamorato della moglie e della civiltà delle parole, ma il fratello di lui, il ricco e rozzo agente immobiliare Claude. Dalla sua posizione cieca, il nascituro gode però di una prospettiva privilegiata sugli eventi, ed è lui a metterci a parte di una vicenda dagli echi shakespeariani. A far gola ai due amanti è l’edificio georgiano su Hamilton Terrace, decrepito ma di grande valore, ereditato da John. Amletico è il crimine orrendo che il narratore sente arrivare, e amletico è pure il suo inesauribile flusso di pensieri dubitanti. Mentre all’orecchio non sempre affidabile del nostro piccolo eroe si dipana la tragica detective story, nella manciata di giorni che separano la sua nascita dal suo protetto non esserci ancora, con il conforto di qualche buon vino degustato dalla madre, e costantemente aggiornato sul mondo dai programmi radiofonici di approfondimento culturale che Trudy preferisce a quelli musicali, il nascituro ha tempo di riflettere su di sé e sul mondo, coi suoi orrori contemporanei e con le sue ambite meraviglie. Ha tempo e curiosità sufficienti per farsi domande, interpretare i segni della sua realtà, contemplare azioni e concludere che la sola salvezza dell’uomo, sta forse nell’esitazione.

 

 

L’autore.

Scrittore e sceneggiatore britannico, McEwan esordisce con due raccolte di novelle, Primo Amore Ultimi Riti (1975 pubblicato da Einaudi nel 1979 con la traduzione di Stefania Bertola e Tra le Lenzuola ( 1978 edito da Einaudi nel 1982 sempre con la traduzione della Bertola), che ritraggono, in uno stile raffinato e impersonale, situazioni quotidiane, dominate tuttavia dall’ossessione per il sesso e segnate dalla morte.
Stessi temi sono trattati anche nei primi romanzi Il Giardino di Cemento (1978, portato sul grande schermo nel 1993 dal regista Andrew Birkin con la nipote Charlotte Gainsbourg e tradotto dalla Bertola per Einaudi nel 1980) e Cortesie per gli Ospiti (Eianudi 1983, tradotto in film nel 1991 dal regista Paul Schrader con Christopher Walken, Rupert Everett, Natasha Richardson ed Helen Mirren). Nei romanzi successivi lo scrittore si interroga sulla natura delle relazioni e dei sentimenti, spesso estremi, nati in contesti esasperati. Bambini Nel Tempo (1988 Einaudi traduzione di Susanna Basso). La scrittura nervosa e asciutta di McEwan si apre in questo testo a improvvisi lampi di suggestiva liricità. Lettera a Berlino (1990 Einaudi, ancora tradotto da Susanna Basso), da cui John Schlesinger trasse nel 1993 il film The Innocent , con Anthony Hopkins e Isabella Rossellini. Del 1993 anche la storia di The Good Soon di Joseph Ruben con Macaulay Culkin, Elijah Wood. Cani Neri (1992) indaga invece l’impossibilità di conciliare religione e progresso scientifico, materialismo e metafisica.
Si ricordano poi L’Amore Fatale (1997 da cui l’omonimo film del 2004 di Roger Michell con Daniel Craig, Amsterdam (1998, Booker Prize), Espiazione (2001 nel 2007 divenuto un film di Joe Wright con James McAvoy e Keira Knightley), Sabato (2005), Chesil Beach (2007 a breve un film con la regia di Sam Mendes e la sceneggiatura dello stesso McEwan). Del 2011 è Solar. Nel 2012 esce Miele.
Alla sua produzione appartengono anche le raccolte di storie per bambini Rose Blanche (1985) e L’inventore Dei Sogni (1994).
McEwan ha scritto anche per la televisione.

 

 

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